Nel panorama internazionale della moda contemporanea, Scoop si attesta come uno dei saloni di riferimento più dinamici e influenti nel Regno Unito per il segmento womenswear premium, accessori e lifestyle. Fondato nel febbraio 2011 da Karen Radley, l’evento trasforma ogni stagione la cornice di Olympia National a Londra in una destinazione d’acquisto immersiva, dove collezioni internazionali d’eccellenza, ricerca stilistica e talenti emergenti dialogano all’interno di scenografie curate nei minimi dettagli.
Con un format unico capace di coniugare dimensione commerciale e spirito sartoriale da grande showroom, Scoop ha celebrato un’edizione da record segnata anche dal tema d’ispirazione circense “Scoop Comes To Town” e dalla partnership d’eccezione con ICE / Italian Trade Agency, che ha portato nella capitale britannica una selezione di 32 brand italiani contemporanei.



Per comprendere l’evoluzione dell’evento, la visione dietro la curatela delle collezioni e il legame speciale con la moda italiana, ne abbiamo parlato direttamente con Karen Radley.

Lei è la fondatrice di Scoop. Può raccontarci brevemente come è nato l’evento e come si è evoluto dagli esordi a oggi?
Vengo dal mondo della moda. Ho lavorato nella produzione e nel design, poi ho deciso di diventare agente e ho rappresentato designer come Fendi e Missoni. Quando quest’ultimo lanciò la sua seconda linea, Vittorio Missoni mi disse: “Perché non la presentiamo in Inghilterra?”. Gli risposi che, secondo me, non esisteva la fiera giusta. Da quel momento ho sempre pensato che, se avessi trovato una bella location, avrei creato una manifestazione. Ho iniziato collaborando con la Saatchi Gallery e, nel febbraio 2011, abbiamo lanciato la prima edizione di Scoop con 35 espositori.
Quanti espositori sono presenti in questa edizione? E quanti erano, invece, quando eravate ancora alla Saatchi Gallery?
Oggi sono oltre 250. Alla Saatchi Gallery circa 125. Da allora siamo cresciuti molto e questa è un’edizione record, la migliore di sempre. Scoop, tuttavia, non diventerà mai una fiera enorme. Non voglio che lo sia, perché è più simile a un grande showroom. È una manifestazione molto intima: tutti mi conoscono e il rapporto con gli espositori e i visitatori è molto personale. Se diventasse troppo grande, perderebbe questa dimensione.

All’inizio la manifestazione si svolgeva alla Saatchi Gallery, una delle più note gallerie d’arte di Londra. Perché avete deciso di trasferirvi?
Perché eravamo diventati troppo grandi e non avevamo più spazio sufficiente. In realtà, dovemmo cambiare sede anche perché i Rolling Stones stavano organizzando una mostra alla Saatchi Gallery. Ci trasferimmo quindi a Old Billingsgate e, successivamente, arrivammo qui a Olympia National.
Qual è la vostra strategia per il futuro? Resterete in questa location anche nelle prossime edizioni?
È una location molto bella, ma vedremo. Non si sa mai che cosa potrà accadere in futuro. Alle persone piace essere sorprese.

Può raccontarci anche il progetto dedicato alla presenza italiana, realizzato con ICE?
Questa stagione abbiamo sviluppato un progetto molto importante con ICE e speriamo di poter proseguire la collaborazione. È stata un’iniziativa di grande rilievo, accanto a una presenza significativa di designer francesi e scandinavi.
È la prima volta che partecipa un numero così elevato di aziende italiane?
Avevamo già realizzato un progetto simile, credo nel 2016, ma allora era dedicato a una singola regione italiana. Questa volta, invece, l’iniziativa ha coinvolto 32 aziende provenienti da tutta Italia.

Dopo il Regno Unito, qual è il Paese con il maggior numero di espositori presenti a Scoop?
La manifestazione ha una vocazione soprattutto europea. In realtà abbiamo sempre avuto espositori italiani. Il motivo per cui ho creato Scoop è che, avendo lavorato anche come buyer, sapevo quanto fosse limitato il budget disponibile per viaggiare e partecipare a tutte le fiere internazionali. L’idea originaria di Scoop era quindi quella di portare le collezioni internazionali nel Regno Unito, perché spesso qui non venivano viste. Se un buyer non andava a Parigi, per esempio, difficilmente riusciva a scoprire molte collezioni francesi.
Nella vostra strategia futura prevedete anche l’inserimento di nuovi talenti?
C’è sempre spazio per nuovi talenti. Sono molto interessata ai designer emergenti, sia britannici che internazionali.
Che cosa pensa delle tempistiche della manifestazione? Sono corrette oppure rischiano di essere troppo tardive?
Per le collezioni primavera-estate il processo di acquisto comincia a luglio. Il 99% degli espositori presenti ha appena ricevuto la propria collezione, quindi le tempistiche sono corrette.

Le scuole nel Regno Unito sono già chiuse e molte persone iniziano ad andare in vacanza. Questo periodo può rappresentare un problema per i visitatori?
Moltissime scuole stanno iniziando a chiudere solo questa settimana, ma i buyer stanno già pianificando la loro partecipazione a Scoop e riescono a organizzarsi in base alle vacanze.
Può anticiparci qualcosa sulla prossima edizione?
Ogni stagione c’è grande attesa per scoprire quale sarà il tema. La manifestazione è sempre bellissima e dedichiamo moltissime ore alla sua realizzazione. Il tema non viene svelato fino al momento in cui si varca l’ingresso.
Quante persone compongono il team che organizza Scoop?
Potrebbe sorprenderti: oltre a me, credo che in totale siamo quattro-sei persone. È davvero un team piccolissimo.
