Mercoledì 11 giugno, nella splendida cornice di Villa Giusti Del Giardino a Bassano del Grappa (VI), il brand di moda bambini MELBY ha celebrato i suoi primi 50 anni con una sfilata-evento dal forte valore simbolico. Un’occasione speciale per presentare in anteprima la collezione primavera-estate 2026 e ripercorrere la storia di un marchio che ha saputo evolversi restando fedele alla propria identità. Nato nel 1975 e oggi parte del gruppo F.lli Campagnolo, MELBY è diventato un punto di riferimento del kidswear italiano grazie a uno stile autentico, alla qualità dei materiali e a un legame profondo con il territorio. Il claim dell’anniversario, “non abbiamo mai smesso di giocare”, sintetizza perfettamente lo spirito del brand, capace di coniugare tradizione e creatività in un mercato in continua evoluzione.
Ne abbiamo parlato con Marialuisa Mazzeracca, responsabile della linea MELBY e Michela Campagnolo, amministratrice delegata di F.lli Campagnolo SpA.
Qual è il significato dietro al nome Melby?
È un acronimo: M (maglieria), EL (elegante), B (bambini), Y (Italia). È un marchio molto forte, una cosa molto difficile in Italia per i brand che producono prodotti per bambini.
L’acquisizione di Melby ha rappresentato un punto di svolta per il vostro gruppo. In che modo ha influenzato la vostra crescita, sia in termini di competenze che di sviluppo internazionale?
L’ingresso di Melby nel nostro gruppo è stato molto più di una semplice acquisizione: è stato un vero salto qualitativo. Oltre al marchio, abbiamo acquisito competenze strategiche e ampliato la nostra rete produttiva. In realtà avevamo già iniziato a esplorare la produzione in Bielorussia, ma è proprio attraverso Melby che abbiamo consolidato questa presenza. Lì venivano realizzate le famose tutine Melby, e noi, entrando in collaborazione con queste aziende, abbiamo persino inviato nostri macchinari per supportare la produzione. Il meccanismo era ben rodato: spedivamo il filato e loro confezionavano i capi. È stata una partnership molto efficace, durata diversi anni. La Bielorussia aveva un settore tessile fortissimo, con realtà industriali enormi. Ricordo che mi ero appena sposata e mio marito seguiva ogni fase: ogni singolo capo veniva analizzato, il prezzo discusso, persino il bottone scelto con cura. Erano ore e ore di trattative meticolose. E quando ero là, passavamo intere giornate dentro le aziende, dalla mattina fino a tarda sera. Lavoravano in modo rigoroso e instancabile. Sempre attraverso Melby, abbiamo conosciuto un fornitore in Bangladesh, che oggi è ancora uno dei nostri partner principali. Si trattava di un produttore integrato, in grado di trasformare direttamente il filo in tessuto. Grazie ai loro contatti, siamo riusciti ad aprirci a nuove fiere come il Pitti e il Limbo, che non avevamo mai frequentato prima. Il primo Pitti, se non sbaglio, è stato nel 2001, con lo stand Melby: volevamo portare il marchio anche nel dettaglio, passo dopo passo. È stato un passaggio strategico per far crescere la nostra presenza sul mercato. Successivamente si è aperta una nuova parentesi strategica: l’azienda ha deciso di sdoppiare le linee avviando un progetto monomarca chiamato Nucleo. Tuttavia, poco prima della pandemia, osservando già allora una contrazione nel numero delle nascite, si è scelto di razionalizzare l’offerta. È stata quindi presa la decisione di unificare i due marchi, fondendo Nucleo all’interno di Melby. Oggi, infatti, restano attivi alcuni punti vendita monomarca che operano sotto l’insegna Melby.

Quanti negozi monomarca avete? Mentre i multimarca?
Attualmente i punti vendita monomarca attivi in Italia sono una decina, concentrati prevalentemente nel Nord del Paese. Il più a sud si trova a Valmontone, all’interno di un outlet. In passato il numero era più elevato, ma negli anni è stato razionalizzato. Per quanto riguarda i multimarca, lavoriamo con circa 500 negozi.
La vostra distribuzione è concentrata principalmente sul mercato italiano?
Sì, la distribuzione è prevalentemente italiana. Trovare uno sbocco all’estero, soprattutto nel Nord Europa, per l’abbigliamento bambino è estremamente complesso. Come Fratelli Campagnolo, registriamo oltre il 60% del fatturato tramite l’export, ma questo grazie alle linee sportive, non al bambino. Con lo sportivo, abbiamo una rete di 5.000-6.000 clienti distribuiti in tutto il Nord Europa. Eppure, quando questi clienti — penso ai tedeschi, per esempio — vedono i nostri abiti più eleganti o tradizionali per bambini, reagiscono con sorpresa. Ricordo alcuni che, davanti a certi capi, dicevano “Kein Kind!”: per loro, nessun bambino si vestirebbe così. Il problema è culturale. In Germania, ma anche in altri Paesi nordici, il bambino “non si veste, si copre”, ed è considerata una spesa secondaria. L’approccio è molto pragmatico: il bambino cresce in fretta, quindi si comprano solo capi essenziali e a basso costo. Anche con il marchio CMP, quando si lavora sulla linea bambino, dobbiamo proporre sempre primi prezzi, altrimenti il prodotto non riesce a penetrare il mercato. Manca completamente la passione per l’abbigliamento infantile come la intendiamo noi. Detto questo, il nostro stile potrebbe essere più adatto al bacino mediterraneo, dove il gusto per il dettaglio è più apprezzato. Tuttavia, anche lì la concorrenza è fortissima: Spagna, Grecia, Portogallo dominano il settore, soprattutto per la loro abilità nel contenere i costi. Sono bravissimi a gestire il prezzo finale. Va anche detto che, non essendo un’azienda focalizzata esclusivamente sull’abbigliamento bambino, abbiamo potuto permetterci di mantenere un profilo più basso in questo segmento e di non forzare gli investimenti in un mercato così complesso e competitivo.

Quanto conta Melby sul totale?
Melby conta circa il 10%. CMP rimane il marchio che vale di più circa il 90% sul totale.
Quanti capi ci sono in collezione?
La collezione presentata oggi non era completa: mancava infatti la parte dedicata alla culla, che per evidenti motivi non era possibile portare in passerella. Questa sezione, tuttavia, rappresenta ancora una quota significativa della proposta complessiva, circa il 45%. Per valorizzarla, è stato realizzato un video che ne racconta lo spirito e l’importanza, con un focus sui capi per i più piccoli. La linea culla comprende circa 200 articoli, articolati solitamente in cinque temi maschili e cinque femminili, pensati per “dialogare” tra loro in termini di stile, palette e dettagli. La parte di collezione che è invece andata in scena oggi comprende circa 500 capi, suddivisi tra neonati, bambini e ragazzi.

La fascia prezzo qual è?
La nostra fascia di prezzo è assolutamente media. Per fare un esempio concreto, un abito da comunione viene venduto al pubblico tra i 79 e gli 89 euro, mentre una giacca si colloca tra i 49 e i 59 euro. L’approccio progettuale parte sempre dall’identificazione del target price: il modello viene disegnato già tenendo in considerazione la fascia di prezzo finale. Questo ci permette di mantenere coerenza tra design, qualità e posizionamento. Inoltre, il nostro cliente è abituato ad avere una marginalità fissa: riceve sempre un cartellino con il prezzo consigliato al pubblico, sapendo di poter contare su una redditività garantita. In genere, la marginalità minima è di 2,6 o 2,8, ma per alcune collezioni siamo arrivati anche a offrire un coefficiente di 3.
In termini di sostenibilità, state facendo qualcosa?
Siamo molto attenti ai temi del welfare e della sostenibilità, e stiamo lavorando per migliorarci costantemente. Da tre anni pubblichiamo un bilancio di sostenibilità dedicato anche alla linea bambino, e già oggi offriamo prodotti realizzati in fibre naturali, come il bambù e il cotone biologico. Tuttavia, il mercato italiano si dimostra ancora poco pronto a recepire questo tipo di proposta: sebbene ci sia molta attenzione mediatica sul tema, alla prova del prezzo – quei 10 euro in più per un capo sostenibile – il consumatore spesso si tira indietro. Parallelamente, stiamo portando avanti un progetto ambizioso legato al riciclo chimico del poliestere. Essendo il 90% dei capi CMP realizzato in questa fibra, il tema è per noi cruciale. Attualmente non esiste ancora una tecnologia in grado di riciclare efficacemente il poliestere da un capo finito, come una maglia, ma proprio per questo abbiamo sviluppato e brevettato un innovativo processo che punta a rendere possibile il riciclo completo anche da tessuti già lavorati.
di Sara Fumagallo

